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Anna Luzzi – Governo, governance, governamentalità: per un’analitica del potere nella crisi del moderno.

By admin | novembre 18, 2009

Governo, governance, governamentalità:

per un’analitica del potere nella crisi del moderno.

ABSTRACT

Questo articolo si sofferma sulla categoria politica di governance quale decisivo campo d’indagine per un’analisi delle contemporanee forme di governamentalità. Il riferimento teorico principale è la storia della governamentalità tracciata da Michel Foucault nei due corsi tenuti al College de France tra il ‘77 e il ’79: Sicurezza, territorio, popolazione (1977-1978) e Nascita della biopolitica (1978-1979). Nel presente contributo la categoria di governance viene considerata come l’esito più recente di quel continuo processo di trasformazione del governo, che il filosofo francese indaga a partire dalla pastorale cristiana medievale fino a giungere al liberalismo e neoliberalismo, passando per il progetto della ragion di stato nella prima età moderna. In questa chiave la storia della razionalità politica occidentale viene letta come un lungo processo di governamentalizzazione dello stato: da una governamentalità di tipo amministrativo risalente alla formazione degli stati nazionali, passando per la governamentalità liberale classica e per quella welfarista del secondo dopoguerra, si giunge al contesto del neoliberalismo, entro cui la governance sembra qualificarsi come l’attuale sforzo di re-definizione dei rapporti tra stato, mercato e società. L’ipotesi del contributo, che si distacca da tutta una letteratura che ha configurato come inevitabile la fine dello stato nazionale, è piuttosto che nelle trasformazioni in corso prenda sempre più chiaramente forma una nuovo dispositivo di potere-sapere indicizzabile al cosiddetto multilevel governance system. Questo si presenta come una nuova forma di governamentalità nella quale convivono percorsi di de-statualizzazione della sovranità ed una sua riconfigurazione; ultimo volto assunto dalla razionalità totalizzante e individualizzante del potere moderno. In conclusione si cerca di fornire una interpretazione sulle figure della soggettività correlate alle politiche di governance che hanno caratterizzato, nel governo sociale, le contemporanee democrazie liberali avanzate United States.

I_INTRODUZIONE: PRECAUZIONI METODOLOGICHE.

In questo lavoro viene proposta una concezione artificialista dello stato alla luce della quale si indaga l’oggetto governance. Sullo sfondo stanno i processi di mondializzazione del capitalismo nel corso dei quali il principio moderno della territorialità, intrinseco allo stato-nazione, subisce una torsione decisiva e una potente riconfigurazione funzionale. Ne segue una riorganizzazione dei poteri politici ed economici su scala macro-regionale e globale e una trasformazione della prassi governamentale moderna. Il presente contributo, tuttavia, non intende ricostruire il funzionamento concreto della governance scrutando all’interno degli organismi deputati al suo esercizio, ma mostrare il modo in cui, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, sia stata prodotta una nuova problematizzazione del tema del governo.

Con Michel Foucault si ipotizza che, a discapito dei molteplici mutamenti formali, ad ogni tappa storica la ragion politica abbia riprodotto l’antinomia fondamentale consustanziale al potere pastorale cristiano, conservando così almeno un tratto di continuità. Oltre Foucault – nel mostrare come comunque la razionalità profonda del potere pastorale di matrice cristiana persista, secolarizzata, nell’oggetto-stato – si tenta poi di applicare alla governance il modello di indagine relativo alla governamentalità: concepiamo quindi la prima come il più recente esito di una specifica declinazione neoliberale della seconda.

Assumere un simile rilievo – quello per cui analogamente all’oggetto-stato le pratiche di governance non sono comprensibili con il richiamo al determinismo storicistico – significa allora mettere sotto scacco la pretesa di ricondurre questa nuova categoria al solo presupposto della crisi dell’impianto giuridico-politico dello stato-nazione. Quest’ultimo, infatti, niente affatto visualizzabile come un monolitico Leviatano sempre uguale a se stesso per l’intera parabola del Moderno, va invece collocato nell’alveo polemologico della modernità, da cui è emerso “artificialmente” come «il nome della coagulazione di una serie di vettori di forza»[1]. Lo stato, quindi, non è un “universale” di cui seguire successivamente le concrete declinazioni nel tempo e nello spazio ma un avvenimento, arbitrario «sotto il profilo della conoscenza» e violento «in termini di potere»[2]. Detto altrimenti, la premessa da cui muove questo contributo è che non esistono oggetti trans-storici o naturali, la successione delle cui figure sarebbe comprensibile con il richiamo al metodo storicistico o alla dialettica. Semmai, come afferma Paul Veyne in assonanza con l’ipotesi foucaultiana, esistono solo “oggettivazioni” che prendono forma di evento «nell’arbitrio dei capricci della storia»[3]. Genealogicamente lo stato non è che il «correlato di un certo modo di governare»[4]. Ciò che conta è, foucaultianamente, l’individuazione della sua costruzione materiale attraverso pratiche di potere e universi di sapere che lo plasmano e se ne appropriano, in altri termini lo oggettivano.

In questo senso le pratiche di governance sembrano inquietare le forme conosciute della prassi governamentale segnando, con lo sconfinamento, la scomposizione, la dispersione e la contaminazione, quella «superficie di iscrizione degli avvenimenti» che è appunto la storia[5]. Non si farà dunque riferimento ad alcun post (post-moderno, post-fordismo, post-capitalismo, etc.), ipotizzando piuttosto che si stia vivendo un «transito dalla modernità-nazione alla modernità-mondo […] destinato a produrre trasformazioni profonde nell'economia, nella società, negli stili di vita e nei codici di comportamento», durante il quale il globale non succede diacronicamente al luogo della modernità, ma semmai lo abita dislocandolo[6].

E’ in questo passaggio che è emerso il concetto di governance, appartenente ad un lessico che si vuole capace di contenere le metamorfosi in corso di svolgimento e che rimodula le categorie fondamentali della politica assumendo come dato di partenza la de-sovranizzazione dei dispositivi istituzionali. Governance è un termine-concetto che interviene a designare un’ellissi, con il riferimento al sistema complesso di relazioni e responsabilità che definiscono il rapporto tra coloro che sono chiamati ad assumere decisioni vincolanti (gli attori istituzionali, i governanti) e i destinatari delle decisioni (i governati)[7]. E ciò secondo una prospettiva che assume la produzione di una simile macchina governamentale come non esaurita dai tradizionali meccanismi di rappresentanza. Tematizzare i dispositivi di governance come oggetto di analisi non significa tuttavia cedere alla tentazione di assumere come compiuta la transizione che ci investe e nella quale ci troviamo a ragionare. In queste pagine, cioè, la globalizzazione non sarà ricondotta al semplice effetto dell’obsolescenza della forma-stato. Si cercherà piuttosto di indagare il modo attraverso il quale l’apparato statuale, che «allo scopo […] è stato attivamente denazionalizzato», si integra con nuovi dispositivi rilanciando la posta in gioco di una sua possibile rifunzionalizzazione[8].

Se si ipotizza che con le pratiche di governance non siamo di fronte al mero trasferimento del potere da un livello nazionale ad uno globale, ma ad una riorganizzazione della razionalità governamentale dell’intero occidente, si tratta allora di indagare un nuovo posizionamento dell’ordine del potere e del sapere che, sulla base delle premesse enunciate, segnala l’emergenza di un nuovo regime di verità e cioè di una nuova forma contingente del rapporto tra la verità, il potere e il soggetto.

II_LA GOVERNANCE COME FIGURA STORICA DELLA GOVERNAMENTALITÀ.

«Governance non è sinonimo di governo. Entrambi [i concetti] rinviano a una condotta finalizzata, ad attività orientate verso obiettivi, a sistemi di norme; ma il governo implica azioni che sono sorrette da un’autorità formale, da forze di polizia che assicurino l’implementazione di politiche correttamente determinate, mentre la governance rinvia ad attività sorrette da obiettivi condivisi che derivano o meno da responsabilità giuridiche e formalmente prescritte, senza appoggiarsi necessariamente a forze di polizia per superare l’infedeltà o per conseguire l’obbedienza. In tal senso, governance è un fenomeno più ampio del governo, che abbraccia istituzioni governative, ma che sussume inoltre meccanismi informali e non governativi»[9]

Nel suo Governance, Order and Change in World Politics, ad un livello preliminarmente definitorio, James N. Rosenau offre le coordinate di un significativo spostamento delle dinamiche di legittimazione politica nel quadro di crisi di un ordine moderno nel quale i classici strumenti del government nazionale – gli ordinamenti giuridico-politici della sovranità nella loro declinazione democratico-rappresentativa – vengono ritenuti insufficienti a fronteggiare la prova della mondializzazione[10]. Le pratiche di governance intendono allora configurare un sistema di direzione, di controllo e di regolazione basato sull’interdipendenza e la co-decisione di una pluralità di attori. Si tratta di agenzie politiche, economiche, tecnico-scientifiche, governative e non, che vanno dalle organizzazioni economiche mondiali ai comitati di esperti, dalle istituzioni politiche interstatali alle associazioni di utenti e agli organismi di certificazione alle ONG, dai governi nazionali alle istituzioni locali ed altro ancora. Un’analoga ridefinizione dell’ordine del discorso politico nei termini di una nuova semantica che parli il linguaggio flessibile ed adattivo dei networks e del multilevel system emerge anche dalla CGG (Commission on Global Governance), che – sul piano dei contributi istituzionali e in concordanza con quelli intellettuali – nel 1995 stilava un rapporto in cui definiva la governance come «il prodotto dei molteplici modi in cui individui e istituzioni, pubblico e privato, gestiscono i loro affari comuni [specificando che] essa comprende dispositivi formali, informali e regimi forti in grado di normare condotte a favore di soluzioni di compliance [in italiano diremmo ‘conformità’’] su questioni di comune interesse a livello internazionale»[11].

Attraverso i concetti di compliance e di comune interesse, una simile definizione suggerisce le implicazioni di una ratio discorsiva che trasforma tanto i confini tradizionali della potenza pubblica – rendendoli permeabili ad attori e processi differenziati – quanto i contenuti di una politica che ormai abbandona il piano del confronto rappresentativo tra gruppi politici organizzati e si manifesta come amministrazione e co-gestione, seguendo in ciò le linee di una policing fortemente orientata all’esito e dai tratti fortemente tecnocratici. L’obiettivo è quello di incidere in un numero crescente di aree del mondo attraverso dispositivi nuovi, talvolta paralleli quando non addirittura alternativi alle procedure elettive-rappresentative: con esiti inquietanti sulla tenuta della categoria di “democrazia”. Si tratta di dispositivi di governo ritenuti in grado di coinvolgere un numero più ampio di attori in processi di mediazione politica che si indicano, più o meno credibilmente, tra quelli maggiormente capaci di fare fronte ai nuovi rischi globali. E’ in tal modo che gli strumenti della governance permettono di travalicare le tradizionali strategie statocentriche mediante la dislocazione di pratiche e funzioni di governo in una dimensione trans-politica (sottratta al controllo parlamentare e affidata a esperti, funzionari pubblici, euroburocrati e giuristi) in cui sembrerebbe celebrarsi la spoliticizzazione dei processi decisionali per effetto della loro neutralizzazione tecnico-amministrativa[12]. E’ evidente allora come il funzionamento reticolare e fluido della governance, evochi il tentativo di superare la difficoltà che il concetto di stato – nella sua traduzione democratico-rappresentativa – incontra oggi nel proporsi come categoria ermeneutica forte ed ambito esclusivo della condizione governativa della società.

Tuttavia la nostra ipotesi è che l’emergenza di questa nuova categoria politica, piuttosto che decretare la fine dello stato, gli abbia consentito di sopravvivere all’interno dei contemporanei rapporti di potere. Non si ha, cioè, un semplice tramonto dello stato e della sovranità, ma una trasformazione del suo ruolo regolativo nei termini di una complessa rifunzionalizzazione. Intendere la governance in tal modo - cioè come trasformazione della razionalità di governo e non come mero trasferimento del potere da un livello nazionale a uno globale - ha significato non indagarla alla stregua degli effetti della mondializzazione e della presunta obsolescenza della forma-stato, ma piuttosto come l’esito ultimo di quello che Foucault ha definito un lungo «processo di governamentalizzazione dello stato»[13].
Nei suoi corsi degli anni ’70 (quello del 1977-78, Securité, Territoire, Population e quello del 1978-1979, Naissance de la biopolitique) il filosofo francese intercettava con forte anticipo alcune dinamiche politiche gravide di futuro, i cui effetti sono solo oggi pienamente visibili, tracciandone una complessa genealogia. Con il termine governamentalità Foucault intendeva cogliere la dislocazione che sposta la funzione di governo, sul terreno delle forme di regolazione, attraverso una progressiva desovranizzazione dei dispositivi istituzionali. La dinamica dell’esercizio del potere non risponde tanto a un modello coercitivo di limitazione delle libertà dei viventi, ma ad una meccanica fine in cui la libertà non costituisce il limite del governo ma, al contrario, viene giocata come sua condizione e materia prima. Parafrasando Foucault, la governamentalità è un insieme di istituzioni, procedure, analisi, riflessioni, calcoli e tattiche che hanno storicamente promosso un processo di radicale critica della sovranità a favore di una preminenza del governo[14]. Quest’ultimo tuttavia non riguarda le forme di direzione politica o la struttura delle istituzioni statali. Il “governo” è piuttosto un’arte pratica, secondo l’intuizione per cui «governare significa strutturare il campo di azione possibile degli altri» o, in altri termini, condurre le condotte[15]. Non a caso Foucault indaga il lungo processo di trasformazione del governo a partire dal potere pastorale cristiano, inteso come una forma pre-moderna ed extra-giuridica di regolamentazione sociale volta a governare tutti e ciascuno (omnes et singulatim, come titola un suo importante scritto), garantendo al contempo, cioè,  la salvezza dell’intero gregge e l’obbedienza della singola pecorella[16].
E’ questa la razionalità di potere, che, adeguatamente secolarizzata - tramite l’iscrizione del controllo del corpo nelle tecniche generali di gestione della popolazione - Foucault ritrova all’opera nel XVI secolo quando sembra esplodere letteralmente il problema del governo, attraverso il ricorrere diffuso di molteplici domande: «come governarsi, come essere governati, come governare gli altri, da chi accettare di essere governati, come essere il miglior governatore possibile?»[17]. La contingenza è data dal crocevia di due processi storici epocali: da un lato l’instaurazione degli Stati territoriali, amministrativi e coloniali sulle ceneri del sistema feudale e dell’idea di Impero; dall’altro la direzione spirituale delle anime al tempo della Controriforma che «rimette in questione il modo di essere spiritualmente diretti verso la salvezza mentre si è su questa terra», e non nell’altro mondo[18]. Questo significa che la salute, il benessere, la sicurezza terrena di ciascuno e di tutti diverranno progressivamente l’obiettivo delle vecchie tecniche individualizzanti e totalizzanti del potere pastorale che miravano alla salus aeterna: sulla soglia della modernità, questi due movimenti opposti, di concentrazione statale e di dispersione e dissidenza religiosa, agiranno in modo complementare dando forma alla ragion politica moderna. E ciò a partire da un progetto razionale di governo degli stati e delle condotte individuali già in nuce nei discorsi cinque-seicenteschi sulla ragion di stato.

Attraverso l’indagine sul modo in cui le tecniche del potere pastorale vengono recuperate e riqualificate dallo stato moderno, Foucault rinuncia a una definizione esclusivamente istituzionale delle pratiche di governo. Lo stato non è un’auto-evidenza fondata ontologicamente, al contrario, esso va inteso come una «peripezia della governamentalità», ovvero come l’oggettivazione – o se si vuole lo strato di “positività” – prodotta dall’insieme di pratiche che nella prima età moderna hanno messo in forma una vera e propria «razionalizzazione della pratica di governo»[19]. La ragion di stato segna infatti l’eresia fondamentale dell’età moderna, nella precisa volontà di organizzare le società politiche intorno ad un agire fondato esclusivamente sui dettami della conoscenza, al di fuori di ogni ordine cosmo-teologico. Con essa lo stato entra pertanto nella pratica riflessiva degli uomini all’insegna di una rottura con il trascendente, verso una logica tutta immanente al suo benessere e alla sua ricchezza, in una sola parola al suo auto-potenziamento. Tanto il fine dell’arte moderna del governo quanto il nucleo di razionalità dello stato saranno pertanto riassumibili nel proposito di «sviluppare gli elementi costitutivi della vita degli individui in modo che il loro sviluppo rafforzi anche la potenza dello stato»[20]. In altri termini, il metodo cristiano di condizionamento dell’esistenza, nato in ragione di «un progetto di docilità della natura umana», sembra riattivarsi nell’età moderna in modo secolarizzato offrendo, in questi nuovi termini, «la griglia della declinazione biologica del potere politico»[21].

La ragione governamentale moderna permetterà di ripensare il problema del governo al di fuori del quadro giuridico della sovranità, grazie alla ridefinizione della sua posta in gioco fondamentale: «l’introduzione dell’economia all’interno dell’esercizio politico»[22]. Tuttavia, puntualizza Foucault, se nel XVI secolo l’economia designava ancora «una forma di governo» che mirava ad estendere alla gestione dello stato una prudenziale attenzione quale quella del buon padre di famiglia sui propri beni, nel XVIII secolo essa verrà concepita piuttosto come un «livello di realtà» relativo alla ricchezza della nazione e alla messa in sicurezza delle moltitudini. In altri termini, «grazie alla percezione dei problemi specifici della popolazione», l’oikonomia acquisirà il suo senso moderno. Il concetto e la prassi del governo supereranno allora il modello della famiglia assumendo una connotazione biopolitica. Il termine biopolitica interviene qui a fornirci un’ulteriore arnese teorico. Con esso si allude infatti al modo in cui il potere si rapporta alla vita, conducendola tramite una regolazione non repressiva della libertà dei viventi. Nonostante nel dibattito contemporaneo venga spesso fatto un «uso monolitico, per molti versi generalista e indifferenziato» del termine-concetto biopolitica, l’impiego che qui se ne propone fa riferimento al significato originariamente attribuitogli da Michel Foucault[23]. Per comprendere infatti la cifra “biopolitica” degli odierni dispositivi di governance conviene soffermarsi su quella soglia di trasformazione che, come ci suggerisce il filosofo francese, all’antico «diritto di morte» che qualificava il potere sovrano, andrà progressivamente sostituendosi nel mondo moderno un inedito «potere sulla vita»[24]. Ciò accadrà a partire dal XVIII secolo quando  «l’esistenza in questione non sarà [più] quella, giuridica, della sovranità, ma quella, biologica, di una popolazione»[25]. La presa del potere sui corpi non si effettuerà più sul solo piano degli individui (quei sudditi che da lì a poco diverranno cittadini), ma anche su quello degli effetti di massa e dei processi specifici della vita, come la natalità, la mortalità, la salute, la longevità, il rischio e le condizioni ambientali.

È importante precisare che sebbene il problema della popolazione irrompa nel XVIII secolo, i presupposti del suo costituirsi come realtà e categoria politica possono essere identificati in un arco di tempo che va dal XVI alla seconda metà del XVIII secolo. Lo dimostra la ricognizione foucaultiana delle pratiche economiche protomoderne, quelle commerciali teorizzate dai mercantilisti e dai cameralisti, ad esempio, finalizzate al potenziamento e all’espansione dello stato ed implementate negli apparati statali francesi e tedeschi della police e della Polizei a cavallo tra XVII e XVIII secolo. Sono questi i laboratori di una vera e propria «scienza di polizia», qui intesa come strumentazione specifica in cui la ragion di stato si organizza «prendendo corpo in una pratica»[26]. La scienza di polizia acquisisce, cioè, una forma precisa di sapere e di intervento pubblico che - avverte il filosofo - aveva «un senso del tutto diverso da quello che le attribuiamo oggi»[27]. Il suo oggetto, infatti, non si limitava soltanto alla tutela dell’ ordine, ma si estendeva all’insieme dei regolamenti degli affari interni ai singoli paesi. La police e la Polizei avrebbero consolidato ed aumentato la potenza generale dello stato, impiegando le forze dei singoli sudditi nel modo migliore e soprattutto promuovendo la felicità della comunità. Loro scopo sarebbe stato, in ultima analisi, quello di realizzare la «presa in carico dell’attività degli uomini» nel segno di una sostanziale sovrapposizione tra arte di governo ed esercizio della polizia, qui intesa come un regime di regolamentazione volto ad moltiplicare l’utilità pubblica mediante la messa a valore delle aspirazioni private[28].
È con «l’affermazione della polizia che si creano effettivamente le condizioni della biopolitica», sebbene, la prima non esaurirà il campo di azione della seconda[29]. Più precisamente, a partire dal XVIII secolo, la preminenza dell’economia politica permetterà di realizzare compiutamente il passaggio «da un regime dominato dalle strutture della sovranità a un regime dominato dalle tecniche di governo»[30]. Detto altrimenti, all’aspirazione poliziesca di determinare minuziosamente e illimitatamente il corso delle cose subentrerà man mano l’attenzione a lasciar giocare la naturalità dei processi da governare. Con il liberalismo - ulteriore tappa nella storia della governamentalità - e la sua logica del laisser faire si abbandona l’idea di migliorare direttamente (secondo una logica di police) l’esistenza collettiva della popolazione. Il potenziamento delle forze dello stato sarà ormai un obiettivo da affidarsi alla “natura” del mercato e alla garanzia attiva delle libertà. La critica della razionalità politica cinque-seicentesca consisterà infatti nell’allestire un nuovo dispositivo di governo della libertà: essa va  prodotta e lasciata giocare senza compressione, diversamente da quanto accadeva secondo le logiche cameraliste e mercantiliste. Per Foucault, però, il liberalismo condivide con la ragion di stato lo stesso scopo di autopotenziamento dell’organismo statale. A questo obiettivo - la potenza dello stato - continua ad essere funzionalizzato l’accrescimento delle forze degli individui e della popolazione. In questo senso Foucault suggerisce che tra le due forme di governamentalità non c’è cesura poiché il liberalismo non fa che sostituire una «ragione del governo minimo» ad una «ragione del governo massimo», mettendo in campo, in definitiva, solo una «riforma interna alla ragion di stato»[31]. Il liberalismo entra allora nell’indagine foucaultiana per condurre al problema della politica della vita. Lungi dall’essere ricondotto a una dottrina politica, a una teoria giuridica o a una mera forma di pensiero economico, esso viene qui inteso piuttosto come una «funzione interna della razionalità governamentale moderna» che, a differenza della ragion di stato, non parte da quest’ultimo per interrogarsi sulle condizioni del suo potenziamento attraverso l’esercizio del governo, ma muove dalla società chiedendosi perché è necessario un governo e quale tipo di rapporto esso debba avere nei confronti della società per giustificare la propria esistenza[32].

Quello che infatti si verifica nella seconda metà del XVIII secolo non è altro che la «comparsa del [problema] della popolazione sotto nuove forme»[33]. Se in passato, la logica mercantilista la assumeva come mero principio di arricchimento in funzione dell’utilità e della forza dello stato, con i fisiocrati – tra i successivi depositari del sapere economico – la popolazione viene concepita in un diverso rapporto con le risorse, volto ora a lasciar giocare la concorrenza tra gli interessi privati così da far emergere gli equilibri ottimali del mercato. E questo significa che «la popolazione come collezione di soggetti è sostituita dalla popolazione come insieme di fenomeni naturali» che andranno condotti come tali, in modo funzionale, lasciando agire la natura che incarnano senza  regolamentazioni coercitive[34]. In tal senso, si realizza anche un altro significativo mutamento in seno al ruolo dello stato, che «da sintesi trascendente della felicità dei sudditi […] dovrà convertirsi in regolatore di interessi», poiché è dalla meccanica naturale di tali istanze incorporee ed immateriali – gli interessi che si frappongono tra la pratica di governo e i suoi oggetti – che può ora scaturire l’utilità generale[35]. Alla luce di queste considerazioni, la grande innovazione storica provocata dal liberalismo nascente nella seconda metà del XVIII secolo consiste, allora, nell’assegnazione al mercato di una funzione di autolimitazione dell’esercizio del governo, in ragione dell’innesto dell’economia politica sulla dottrina della ratio status e del superamento della governamentalità iperamministrativa di stampo mercantilista  nelle logiche liberoscambiste dei fisiocrati o nella teoria della mano invisibile di Adam Smith. Ormai «è il mercato che detta al governo la regola della verità» e che – commenta Foucault – ne diventa il «luogo di veridizione»[36].

Seguendo Foucault, Sandro Chignola coglie allora un punto importante quando sottolinea che oggi il terreno della governance può essere indagato proprio a partire dalla premessa che si assuma il mercato come autentico principio di realtà della stessa azione di governo. La produzione giuridica che implementa la governance globale in termini lex mercatoria, negoziazione permanente tra soggetti pubblici e privati, law shopping, outsourcing del legislativo (a comitati di esperti e autorità amministrative indipendenti) sembra infatti dipendere dal rovesciamento efficientista e prestazionale della legittimità: quello che impone la società di mercato come criterio di regolazione universale e l’imprenditorialità di massa come istituzione generale[37].

Per Foucault la progressiva dislocazione della funzione di governo sul terreno delle forme di regolazione entro le quali far agire le ‘imprese’ individuali è il risultato di una «duplice discontinuità [che si è prodotta] nella storia della governamentalità»[38]. La prima è quella tra la governamentalità liberale e la governamentalità pubblico-giuridica. Quest’ultima infatti, risalente alla formazione degli stati-nazione ed alla teoria della ragion di stato, presupponeva l’esistenza di una dialettica tra i diritti naturali, o originari, di ciascun soggetto e il potere del sovrano, il cui intervento incontrava proprio in tali diritti quei limiti che venivano peraltro formalizzati entro il quadro della costituzione formale. Diversamente, con l’homo oeconomicus – poi affiancatosi a quello juridicus in posizione prevalente – si dà piuttosto avvio ad un processo di «costituzione economica», agito non più mediante un trasferimento di diritti ma attraverso una moltiplicazione spontanea degli interessi, i cui luoghi di armonizzazione eccedono lo spazio giuridico propriamente detto[39]. Il liberalismo dunque non è contraddistinto tanto dal riconoscimento giuridico delle libertà naturali agli individui, quanto dal rispetto della naturalità dei processi economici e sociali. Questo significa che il criterio di auto-limitazione dell’arte liberale del governo «non è la libertà degli uomini, ma la dinamica interna, naturale, dell’economia e della società civile»[40].

La preminenza della scienza economica e il declino del diritto nella sua funzione di limite esterno all’esercizio del potere ha prodotto anche una seconda discontinuità, che in un certo senso recupera e approfondisce la prima relativamente alle differenti modalità di governo del mercato. Si tratta della distinzione, per dirla ancora con Foucault, tra la via «rivoluzionaria» francese e quella «radicale» inglese[41]. Se per la prima – in continuità con la teoria del diritto naturale del XVII secolo – si procede infatti stabilendo tutta una serie di diritti imprescrittibili ed inviolabili della persona che condizionano l’esercizio del potere statale e l’attività economica, per la seconda – come dimostra  la storia del liberalismo europeo e quella della potenza pubblica in occidente – si parte piuttosto dalle pratiche di governo per definirne l’ambito di competenza in funzione della loro utilità. Di qui emergono due significati distinti della parola legge – «a seconda che la si veda dal lato del diritto o dal lato della natura», intesa nell’accezione di naturalità degli interessi -, così come due significati della parola libertà, «fondata da un lato sui diritti inalienabili, dall’altro sull’indipendenza dei governati»[42]. Si tratta di quella stessa libertà che pone al vaglio di un criterio efficientista l’azione dei governanti. In questo caso, allora, il diritto non sarà più il risultato di una «statuizione preventiva», bensì l’esito di una «transazione ricorrente»[43]. E ciò proprio nel rispetto del gioco di composizione di una molteplicità di interessi da cui far scaturire l’utilità generale.

A partire da queste diverse vie alla concettualizzazione delle relazioni di potere – stabili e formalizzate sul piano «giuridico-deduttivo», plurali e mobili su quello «radical-utilitarista» – si evince allora il dato di una costitutiva eterogeneità della governamentalità neoliberale, che era già in nuce nell’ambivalenza di tali “soluzioni”[44]. Infatti, la logica di funzionamento del liberalismo – inteso qui come tecnologia di governo e non come ideologia – è ben più “strategica” che dialettica, poiché non cerca il superamento in una «totalità riconciliata di diverse concezioni della legge, della libertà e del diritto»[45]. Al contrario, posta di fronte a molteplici dispositivi giuridici, economici e sociali, l’arte di governo liberale ora li gioca uno contro l’altro, ora si appoggia su uno, ora sull’altro, in base a delle «connessioni possibili», determinate dalla contingenza e mai definitivamente date[46]. In questo senso Foucault afferma che le due “vie” si sono spesso ibridate ed interconnesse, ma subito dopo rileva che nella teoria e nella prassi della politica moderna la soluzione radical-utilitarista ha certamente avuto maggior rilievo rispetto a quella assiomatica-rivoluzionaria. Un rilievo di fondamentale importanza per il filosofo francese, dal momento che – come osserva nella lezione introduttiva di Nascita della biopolitica – pur essendo intimamente segnata dalla convivenza delle molteplicità, in ciascuna delle sue diverse fasi la storia registra sempre l’affermarsi della preminenza di una determinata razionalità dell’esercizio del potere e del sapere.

A tutt’oggi si tratta, allora, di seguire proprio quelle modificazioni storiche della razionalità politica occidentale: una pista che può permetterci di cogliere le linee di emergenza di un nuovo regime di governamentalità. Nel tempo presente, infatti, «sotto l’egida di un principio generale e omnicomprensivo, [quale quello di] interesse», si sta consumando tanto la ridefinizione delle tradizionali agenzie di governo (lo stato-nazione e i suoi istituti democratico-rappresentativi) quanto la transizione verso una loro progressiva economicizzazione tesa a sostituire il principio di legittimità politica con un criterio di pertinenza e verificazione dell’azione di governo in base al mercato[47]. Proprio nel momento in cui quest’ultimo è stato inteso come il più efficiente meccanismo di allocazione delle risorse e come l’ ispiratore ultimo – e spesso unico – della nuova regolamentazione statale. Così è avvenuto, ad esempio, con le norme e le regole (niente affatto comprensibili con il logoro ed abusato richiamo ad una presunta “deregolamentazione”) che un po’ ovunque in Europa occidentale hanno causato il drastico ridimensionamento del welfare state e con quelle che hanno normalizzato la precarietà del lavoro[48].

La breve digressione riguardo alle radici radical-utilitariste della governamentalità neoliberale diviene allora imprescindibile per tematizzare correttamente la governance contemporanea, proprio come lo è un po’ tutta la critica della ragion politica di Foucault, poiché è lì che vengono analizzati e riattualizzati quei percorsi di decostituzionalizzazione dei dispositivi di produzione del diritto e quei processi di governamentalizzazione che, da una parte, desovranizzano il comando e lo adeguano al mercato e, dall’altra, permettono di considerare il modo in cui i molteplici attori dell’esercizio del potere configurano le nuove modalità della regolazione governamentale e giuridica.

III_VERSO UN “GOVERNO A DISTANZA”

Quello che è rilevante oggi, allora, «non è cosa la governance nasconda tra le maglie dei suoi discorsi, ma le direzioni che in essa segue il tema del governo»[49]. Una simile analisi diventa importante proprio quando si va consumando lo spostamento progressivo da un operato legato alla politics – e quindi al government – ad un primato della policy, ossia dei suoi esiti. Si ha così un profondo mutamento del termine stesso di politico. Questo, infatti, viene ridisegnato dal ruolo centrale dell’expertising (per nominare con l’anglicismo odierno il governo dei consulenti e degli esperti), delle gerarchie informali e della base economica e finanziaria. Sono, questi, tutti agenti che concorrono insieme a determinare una riconfigurazione della legittimità governamentale in termini efficientisti e prestazionali: gli stessi genealogicamente emersi lungo la via del radicalismo inglese[50]. Foucault ha mostrato come nel moderno, a partire dalla secolarizzazione della pastorale cristiana fino al neoliberalismo, l’esercizio del potere si è posto l’obiettivo di modellare la natura umana per renderla disponibile ad un determinato sistema di accumulazione e produzione della ricchezza. Ancora oggi, quella popolazione – vale a dire un soggetto (oggettivato dai dispositivi di potere-sapere) – rappresenta un «insieme di processi da gestire»; tuttavia, le sue numerose variabili la rendono irriducibile tanto alla volontà «omogenea, continua ed esaustiva» del sovrano quanto a quella disciplinare, che intenderebbe «concentrare fissare e rinchiudere» un territorio ormai non più perimetrabile[51].

Nell’arco dell’ultimo trentennio la cura governamentale è stata allora declinata nell’invenzione e nell’assemblaggio di tutta una serie di tecnologie e saperi esperti che collegano le strategie sviluppate nei centri di decisione politica alle molteplici postazioni disperse nel territorio e che rafforzano la capacità dello stato di gestire la vita economica, la salute e le abitudini della popolazione. Si tratta di un modo operativo che nell’alveo dei Governamentality Studies viene tradotto nella formula di governo a distanza (steering at the distance)[52]. Il governo non interviene quasi mai direttamente sugli interessi e sui rapporti di forza, ma agisce indirettamente mettendo in relazione una molteplicità di organi più o meno indipendenti allo scopo di indirizzare l’esito delle condotte individuali e collettive. Il governo a distanza istituisce pertanto relazioni flessibili tra soggetti già esistenti separati nello spazio e nel tempo, oltre che in sfere formalmente distinte ed autonome. In tal senso la governace può apparire come «dispositivo capace di utilizzare nuove tecniche di guida e direzione»[53].

Particolarmente significativa, al proposito, è la definizione di governance fornita dall’Organization for Economic Cooperation and Development (OECD) in un rapporto stilato nel 2001. Vi si suggerisce l’obsolescenza del termine government a fronte di un nuovo modo di organizzare ed amministrare i territori e le popolazioni: «Government is no longer an appropriate definition of the way in which populations and territories are organised and administered. In a world where the partecipation of businnes and civil society is increasingly the norm, the term ‘governance’ better defines the process by which we collectively solve our problems and meet our society’s needs, while government is rather the instrument we use»[54]. Lo slittamento semantico da government a governance produce tuttavia effetti che esulano da una questione meramente definitoria. Più significativamente sembrerebbe infatti che le tradizionali agenzie di controllo si riconfigurino in una rete informale e diffusa di autorità diverse da quelle dello stato al fine di “governare a distanza” in senso tanto costituzionale quanto spaziale.

Per quanto concerne il primo aspetto, i dispositivi di governance sono finalizzati alla traduzione di norme, giudizi individuali e condotte in prescrizioni normative. La nuova struttura costituzionale globale appare «come un complesso disordinato di controlli e di organismi rappresentativi», la cui regolamentazione in termini di processi di steering (orientamento) passa proprio attraverso lo sforzo di tradurre normativamente gli standards, realizzando in tal senso quello che Bauman definisce «dominio sul territorio esercitato in absentia»[55]. Con questa espressione il sociologo polacco intende definire «l’indipendenza che le élites globali hanno da poco acquisito poteri politici e culturali che sono vincolati e limitati al territorio, e la conseguente “perdita di potere” di questi ultimi»[56].

Se rintracciamo, con Alessandro Arienzo il luogo d’emergenza delle pratiche discorsive di governance, un simile obiettivo sembra essere stato originariamente applicato al bagaglio concettuale, gestionale e organizzativo dell’economia delle corporazioni. Qui il lemma in questione designava infatti «un complesso insieme di meccanismi e procedure finalizzato ad armonizzare ed ottimizzare gli interessi degli investitori e a garantire al contempo la governabilità dell’impresa»[57]. La corporate governance intendeva – e intende tuttora – connotare quei processi di autoregolazione (e quindi di attribuzione autonoma di norme, così come di procedure di controllo e verifica) attraverso cui si rende più efficiente, più trasparente e più sicuro l’operato dell’impresa a beneficio degli attori coinvolti. In altri termini, dal momento che l’impresa è un soggetto collettivo operante in un ambiente mutevole e conflittuale per raggiungere degli obiettivi, come si legge nel rapporto stilato dall’OECD nel 1999, la buona governance esprime l’esigenza di affermare un quadro di responsabilità condivisa (shared responsability) «between a company’s management, its board, its shareholders and other stakeholders» (vale a dire tra l’organizzazione, la proprietà, gli azionisti e gli investitori esterni)[58].

In seguito la portata concettuale della governance ha moltiplicato la sua valenza semantica estendendosi anche su terreni diversi da quello economico, fino ad essere trasposta in ambito politico per connotare l’impegno dei soggetti coinvolti nelle sue procedure ad «auto-organizzarsi riflessivamente», quando si confrontano cioè con la complessità prodotta dalle loro interdipendenze reciproche[59]. A partire da questa ipotesi – largamente diffusa verso la fine degli anni ’80 – viene elaborato in seno alla Banca Mondiale il concetto di good governance come criterio di accesso ai finanziamenti internazionali. Si tratta della codificazione di alcuni standards o norme comportamentali – le cosiddette best practices (o buone pratiche) – da utilizzare come indicatori per l’assegnazione dei prestiti, vale a dire come vere e proprie condizionalità politiche ed economiche che i paesi usciti dalla lunga fase di dominio coloniale avrebbero dovuto rispettare per poter sperare di realizzare la promessa di una modernizzazione a venire. Esempi di condizionalità economiche sono gli indicatori relativi a inflazione, deficit pubblico, incidenza sul prodotto interno lordo delle spese per l’educazione e la sanità, etc. Per quanto riguarda le condizionalità politiche, gli indicatori sono invece rappresentati dalla libertà d’espressione, dalla non-discriminazione, dalla partecipazione politica, dall’effettività del rule of law. Detto altrimenti, nelle best practices – alcune delle quali saliranno poi alla ribalta con la fin troppo celebre definizione di “politiche di aggiustamento strutturale” – è sempre attivo un criterio di accountability (garanzia, responsabilità) mutuato dalle modellizzazioni della corporate governance e riconvertito in dispositivo di selezione dell’agenda setting e degli attori politici sulla base di principi e standards il cui valore – che si tratti di stakeholders o più generalmente di policy-makers –  non è desumibile sul piano giuridico. Esso, infatti, risiede piuttosto nell’interesse giocato come unica procedura di autoregolazione, nonché di partecipazione: «although the principles are non- binding, it ultimately is a matter of self-interest for countries and corporation»[60].

Le istanze enunciative di questa nuova ragione governamentale, agite nel quadro di riconfigurazione dei poteri su scala globale, intendono infatti fornire, sul piano interno, una risposta alla doppia crisi delle istituzioni di welfare state: crisi di legittimità (per la scarsa partecipazione degli attori coinvolti nelle politiche) e crisi di efficienza (per i costi eccessivi e la scarsa efficacia delle prestazioni). Al contempo, questi discorsi miravano – e mirano tuttora – a rendere visibili, sul piano esterno, quelle «linee di tensione» che – per dirla con Alessandro Arienzo – venivano «prodotte dalle trasformazioni nei rapporti tra l’esercizio della sovranità politica, l’esercizio di un governo sempre più legato al contributo di attori molteplici non statali ed un’economia i cui flussi assumono direttrici e traiettorie scarsamente controllabili dai poteri pubblici»[61]. In tal modo, le procedure di governance favoriscono da circa un trentennio un «modello di civilizzazione politica negoziale e concorrenziale»[62]

Quest’ultimo rilievo ci permette anche di problematizzare il secondo aspetto relativo al governare “spazialmente” – oltre che “costituzionalmente” – a distanza, grazie a quella tendenza per cui la sovranità sembra sempre più configurarsi come «condizione per stabilire i termini più vantaggiosi di una sua parziale dimissione»[63]. La rimodulazione delle funzioni dello stato – a partire dalla «datità mobile» della popolazione e dalla progressiva colonizzazione economica del politico – contribuisce infatti a tramutare il significato di sovranità da «garanzia di autonomia» a una «titolarità legale alla contrattazione», ovvero a una figura dell’autorità impegnata nell’arena politica internazionale insieme ad altri, numerosi attori di varia natura[64]. Vale a dire che le forme di regolazione di una spazialità aperta, ibrida e multilivello sembrano preparare gli stati a rinunciare a parte della loro sovranità in cambio di una maggiore influenza sulle decisioni degli altri stati, creando poi – assieme a grandi gruppi economici transnazionali – club esclusivi sempre soggetti a crisi di legittimazione in virtù della scarsa trasparenza dei loro processi di policy making.

Sebbene quindi la governance operi in orizzontale, sotto forma di networks di attori collettivi nei quali i soggetti possono essere impegnati nei processi negoziali attraverso procedure di mediazione e di consenso, tali procedure sembrerebbero tese a guadagnare legittimità e compliance più che partecipazione. In una dimensione complicata e sfuggente come quella transnazionale, assumono infatti un ruolo determinato tutte quelle pratiche che tendono a trasformare questioni politiche sempre più complesse (come gli effetti sempre meno governabili derivanti dallo sviluppo di nuove tecnologie, dalla natura intercontinentale dei flussi migratori, dal carattere globale della guerra postmoderna, etc.) in meri problemi tecnico-amministrativi, banalmente procedurali[65]. In questo dato si può cogliere allora il prolungamento di quel processo di governamentalizzazione dello stato (o se si vuole di amministrativizzazione del comando) che rinuncia, o comunque marginalizza, l’antico “diritto di spada” della sovranità, e punta a farsi piuttosto programmazione strategica delle coordinate complessive in funzione della libera competizione degli interessi .

Pur assumendo la difficoltà che le istituzioni statali incontrano a proporsi come ambiti esclusivi del governo della società, sembrerebbe allora che ci si trovi oggi di fronte ad una tecnologia di potere soltanto parzialmente nuova che – come osserva criticamente Vaccaro – «prolunga una strategia di spoliticizzazione moderna» nel perseguire l’amministrazione della vita per mezzo di aggiornati dispositivi biopolitici, restituendo il calco di una medesima ratio gestionale-regolativa[66]. Si tratta di una strategia paradossale – una «strategia senza stratega»  avrebbe forse detto Foucault – nella quale le forme di implementazione della regolazione governamentale puntano a estromettere programmaticamente il conflitto dall’agire politico e a ritrascriverlo in termini di concorrenza di interessi, ossia di «negoziazione permanente amministrativa di corpi governamentali»[67].

In definitiva il campo di razionalità della governance recupera con volti inediti – ma al contempo protrae in un discorso già avviato da tempo – le tattiche di governamentalità proprie alla forma neoliberale del governo in un continuo processo di rimodulazione e rifunzionalizzazione. Così, come a cavallo tra XVIII e XIX secolo l’economia politica teorizzava un’«arte di governare il meno possibile» caratterizzata dal fatto di essere «un raffinamento interno della ragion di stato» (ovvero un principio che la mantiene, la sviluppa e la perfeziona, pur opponendosi radicalmente alla sua prassi governamentale), la governance – pur agendo nello scenario di crisi degli stati-nazione (e del government) – non sembra affatto decretare quella «fine dello Stato» tanto invocata o paventata nel dibattito sull’argomento[68]. Piuttosto, si può sostenere, con Maurizio Zanardi, che la governamentalità – e quindi la governance quale sua più recente declinazione – «è l’anima deterritorializzante dello Stato moderno», quella che si spinge nella direzione di un governo della popolazione globale e locale che si esercita (e si eserciterà) attraverso una molteplicità di poteri sovrani trans-nazionali[69]. In tal senso, allora, nell’emergenza delle pratiche discorsive di governance «può darsi – come afferma Deleuze parlando della transizione dalla società disciplinare alla società del controllo – che vecchi mezzi, ispirati alle antiche società di sovranità, ritornino sulla scena, ma con gli adattamenti del caso»[70]. In altri termini oggi vi è sì una cessione di quote dell’unitarietà sovrana, ma non una sua semplice recessione. Ciò che si registra è piuttosto una riconfigurazione del potere sovrano, quella che esprime l’odierno paradosso di una «concentrazione del potere senza una sua centralizzazione»[71].

IV_ SULLE FORME DI SOGGETTIVAZIONE: UN CAMPO DI APPLICAZIONE DEI CONTEMPORANEI DISPOSITIVI DI GOVERNANCE.

Assumere – come si è fin qui proposto – che i dispositivi di governance vadano ricompresi nel lungo processo di governamentalizzazione dello stato senza essere derubricati a «una semplice trasformazione della sovranità moderna», significa anche declinarli in seno al potenziale polemogeno del continuo rapporto tra governanti e governati piuttosto che metterli al vaglio dei criteri formalistico-giuridici della legittimità politica[72]. Più precisamente, significa porre la centralità della questione della libertà non come prerogativa universale di un soggetto che nelle società liberal-democratiche si troverebbe «al di fuori della zona di ingerenza di un potere arbitrario e pervasivo»[73], ma come frutto del gioco strategico che sottende a un tale rapporto «in cui la misura del ‘troppo poco’ di libertà che c’è, è data dall’‘ancor di più’ di libertà che viene richiesta»[74]. Se infatti la maggiore o minore libertà esistente in qualunque situazione non può essere stabilita in base a un massimo ideale e universale di cui si possa, di volta in volta, misurare il grado più o meno alto di realizzazione, il tema della produzione della soggettività può essere problematizzato senza accettare il riferimento ad una sua presunta esteriorità o irriducibilità al potere.

D’altronde l’arte di governo liberale ha in occidente una sua precisa specificità: a partire dal XVIII secolo, attraverso la penetrazione pervasiva dell’economia nell’esercizio del potere, essa oppone l’idea di «interessi incoercibili» a quella di «libertà inalienabili», determinando in tal modo la preminenza dell’indirizzo pragmatico-utilitario scaturito dal radicalismo inglese su quello assiomatico-giuridico inaugurato dalla Rivoluzione francese[75]. E’ in tal senso che nel liberalismo la razionalità statuale viene ritenuta passibile di una regolazione de facto (e non solo de iure), centrata quindi non tanto sul riconoscimento giuridico delle libertà naturali agli individui, quanto semmai sul rispetto della naturalità di processi economici e sociali all’interno dei quali bisogna, in qualche misura, “lasciar fare” i soggetti.

Si trattava – e si tratta (ancora, infatti, con la governance intesa come risposta alla crisi del governo «viviamo nell’era della governamentalità scoperta nel XVIII secolo»[76]) – di un’arte di governo che non doveva esercitarsi limitatamente ad un territorio e su soggetti di diritto da sottoporre ad una volontà coercitiva (quella del sovrano), ma su un «ambiente» abitato da soggetti economici «che non hanno dei diritti ma degli interessi»[77]. Interessi da armonizzare in una società di mercato nella quale quest’ultimo figura come principio di regolazione universale. Questa è la soglia del superamento dell’antico «diritto di morte» sui governati: nella modernità il potere si fa carico della vita, la protegge, la sollecita e la regola attraverso l’azione su una libertà che non va più semplicemente repressa ma semmai prodotta e, al contempo, resa «oggetto di una cura governamentale»[78].

In questi termini – e cioè a partire dalla connotazione eminentemente biopolitica dell’arte di governo liberale – l’analisi può allora avanzare sul terreno della produzione di soggettività quale campo di applicazione specifico dei dispositivi contemporanei di governance. L’avvertenza metodologica da tener presente resta quella ben sintetizzata da Foucault: la vicenda storica del potere nel moderno sconta il fatto che il rapporto tra governanti e governati è ambivalente e che «non si poteva certo ‘liberare’ gli individui senza educarli in un certo modo»[79]. Il problema del governo in altre parole atteneva, e attiene, alla possibilità di modulare il processo di costruzione del soggetto, nel suo prender forma, «attraverso la sedimentazione di regimi di discorso – in questo caso quello di governance – che lo fanno», vale a dire che lo producono come oggetto di determinate pratiche di governo, come «correlato di un certo modo di condurre le condotte».[80]

La decisiva acquisizione di Foucault sul necessario mantenimento di una complicazione fra attenzione all’individuo e potenziamento della totalità quale tratto distintivo della razionalità politica moderna rivolta al particolare e all’universale, al locale e al globale (omnes et singulatim si diceva) sembra allora venire oggi recuperata ed attualizzata dalle pratiche discorsive di governance. E ciò attraverso percorsi di assoggettamento degli individui che, per altro verso, costruiscono le loro libertà e le loro soggettività in modo tale che possano «divenire alleate, e non sfide, di un buon ordine che governa tanto la politica che la società»[81]. Una connessione tra il governo di sé e quello degli altri – questa duplice cura di tutti e ciascuno che il filosofo francese ritiene caratterizzare ogni epoca storica – può essere allora rinvenuta in quel paradosso apparente del neoliberalismo che lungi dall’eliminare il (supposto) inerte corpo dello stato ne prevede la persistenza: quest’ultimo infatti «interviene ritraendosi»[82]. Lascia cioè emergere un effetto di deregolamentazione per consentire che gli individui siano governati e si governino attraverso la loro stessa libertà, ottenendo in tal modo un’autopromozione sociale e economica. Ancora una volta dovrebbe essere il modello della governamentalità a guidare un’analisi capace di leggere la società sia come principio in nome del quale il governo tende ad autolimitarsi, sia come bersaglio della sua attività: il governo, infatti, è anche l’arte di orientare «i processi di riconoscimento e di (auto)rappresentazione dei soggetti»[83]. In altri termini, nelle sue dimensioni moderne il liberalismo costruisce una relazione tra governo e governati «che dipende sempre di più dai modi in cui si chiede agli individui di assumere lo status di soggetti della propria vita, dai modi in cui essi forgiano se stessi come un certo tipo di soggetti, dai modi in cui essi praticano la propria libertà»[84].

Questo significa (già da alcuni secoli) approntare una prassi governamentale che, proprio mentre persegue la costruzione di una società per il mercato – o se si vuole di una società in cui l’economia venga governata il meno possibile – al contempo prevede il prezzo di un intervento regolatore sempre più diffuso, costante e specifico sull’insieme dell’esistenza sociale: in una parola, una preoccupazione del tutto peculiare per la gestione della vita. Ieri come oggi – come appare chiaramente nelle pratiche discorsive della governance, dove riemerge l’ossessione statofobica emersa nel XVIII secolo – il problema delle politiche liberali è esattamente quello di poter dar forma allo spazio reale e concreto nel quale la struttura formale della competizione possa funzionare efficacemente. E ciò richiede anche l’intervento attivo delle agenzie pubbliche[85].

Con il liberalismo, e in seguito con il neoliberalismo, si afferma l’idea per cui governare significa individuare lo spazio economico in ogni soggetto e gestire i rischi che la libertà comporta. E ciò non certo con il riferimento a schemi universali, ma attraverso l’individualizzazione assai materiale della responsabilità dei singoli. Anche nel dispositivo neoliberale di governance possiamo scorgere la presenza attiva e costante di un’azione di governo che, pur in forme complesse e rinnovate, tende comunque a riconfigurare il tessuto stesso della società in modo che al suo interno siano sempre più i meccanismi della concorrenza a svolgere una funzione regolatrice di primo piano. Nei dispositivi di governance la società – ovvero gli attori che agiscono in essa e le relazioni che li legano gli uni agli altri – assume sempre più la forma dell’impresa. O, detto altrimenti, nella ratio programmatica delle pratiche di governo neoliberali è racchiuso l’intento di «esternalizzare alla società […] il rischio d’impresa»[86]. In sintesi, le nuove forme di regolazione (o se si vuole di governo dei viventi) sembrano prolungare nella mobilitazione totale e nell’autoattivazione di una moltitudine di singolarità flessibili quel vivere pericolosamente che rappresentava secondo Foucault «il marchio esistenziale interiorizzato dalla soggettività costruita dalla governamentalità liberale» [87].

All’altezza di una strategia di potere che, come osserva Sandro Chignola, «non neutralizza ma evoca una controparte», sembrano allora operare peculiari forme di soggettivazione – oggi spesso interpretate con il ricorso ai concetti di “flessibilità” e “individualizzazione competitiva” – che assumono la libertà come condizione politica fondamentale, «delegando il governo delle vite a forme di auto responsabilizzazione»[88]. L’adozione di una governance reticolare implica infatti  la revisione degli obiettivi tradizionalmente associati all’azione dello stato specialmente nella versione keynesiana e welfarista dominante nel secondo dopoguerra. Revisione che, configgendo con il discorso universalistico di protezione sociale, configura la razionalità governamentale contemporanea come «una diversa articolazione del potere esercitato sui viventi»: non più soltanto «governo della popolazione» ma anche promozione di «soggettività nuove» sulla base di processi di individualismo concorrenziale e di conseguente rideclinazione singolarizzata dei rischi prima socializzati e ripartiti a livello collettivo.

E’ con questo portato problematico – tutto interno alla cultura politica liberale – che dobbiamo quindi confrontarci se vogliamo cogliere la governance al di fuori delle retoriche dominanti, che vorrebbero derubricarla all’adozione di «tattiche flessibili e plastiche per ovviare a rigidità tipiche della operatività di governo lungo l’asse del comando sovrano»[89]. Nel segno peculiare delle reti di governance e della connessa orizzontalità, la flessibilità sembrerebbe piuttosto essere giocata come modo per designare l’organizzazione sociale e come strumento per favorire il processo della sua auto-costituzione . Come suggerisce Nancy Fraser si tratterebbe di «un processo di auto-costituzione che si lega, nasce e somiglia ad un modello di organizzazione sociale»[90]. E’ evidente allora che il nodo cruciale permane nell’intima contraddizione di un neoliberalismo che non comporterà affatto un’astensione dal governo, quanto piuttosto la formalizzazione della sua costitutiva valenza giuridica nel dettare le regole del gioco economico. Si tratterà cioè di assumere come finalità primaria la promozione e la salvaguardia dei meccanismi della concorrenza piuttosto che la riparazione dei suoi presunti danni sociali, governando la libertà degli individui al di fuori della prospettiva propria allo stato sociale, inteso «come tessuto d’istituzioni consolidate e, cosa forse ancor più significativa, come ideale e progetto»[91].

Zygmunt Bauman non poteva coniare metafora migliore della liquidità per rendere palpabile il paradosso della società contemporanea, in cui la rigidità dell'ordine è il prodotto e il sedimento della libertà degli agenti umani, ben altro che il frutto di una «convenzione collettiva»[92]. Definendo liquida l'attuale modernità Bauman intende evidenziare la pressione dell'individualizzazione che va usurando gli argini costituiti da strutture alle quali in passato era delegato il compito di fondare stabilità tanto in termini di protezione sociale quanto in quelli di riconoscimento reciproco. La decisiva svolta impressa al discorso etico-politico è infatti quella che, più precisamente, ha declinato altrimenti le «speranze di miglioramento» della società, liberando la modernità originaria dai propri «doveri emancipatori» per rimetterli «al coraggio e alla determinazione dei singoli» chiamati a diventare “imprenditori di se stessi”[93].

E’ a questo livello – quello della messa in opera di processi di soggettivazione che assumono l’impresa come canone di decifrazione della condotta umana – che si rifunzionalizzano oggi i dispositivi del government, tipici della modernità pesante. Nei mille piani di realtà in cui operano i nuovi dispositivi di potere-sapere che danno corpo alla governance gli individui vengono prodotti come agenti attivi di regolazione e di autoregolazione. Se è vero infatti che il problema del governo rimanda a una decisiva economicizzazione del potere – se è cioè vero, per dirla con Sandro Chignola, che «esso allude a una modalità di produzione della decisione che assume come costitutivo il confronto con la realtà irriducibile degli uomini, delle donne»[94] -, i progetti di riassetto della razionalità politica occidentale egemoni nel neoliberalismo sembrano aver ereditato il vecchio auspicio di Friedrich August Von Hayek: il bisogno di un liberalismo da intendere come «un pensiero vivente»[95]. D’altronde la tenuta del nodo soggettivazione/assoggettamento si misura sull’odierna organizzazione del corpo sociale secondo le regole dell’economia di mercato, e cioè sulla «programmazione strategica dell’attività degli individui»[96]. Cosa sono gli incentivi reputazionali, il capitale umano imprenditoriale, i principi performativi, etc. – tutti termini ricorrenti nella letteratura sulla governance– se non l’espressione di quello che potremmo chiamare un «potere formativo sulla società», e cioè gli effetti di una ratio governamentale che evoca soggetti capaci di attivarsi in modo autonomo e pertanto capaci di autogovernarsi[97]? In un simile quadro, i dispositivi di governance costituirebbero allora «uno sforzo di fuoriuscita dalla politica propria degli ordinamenti giuridico-politici di sovranità nella loro declinazione democratico-rappresentativa»[98]. Ed è proprio questo che conduce l’arte di governo verso una modulazione “efficientista” del rapporto tra governanti e governati.

Ne consegue che l’idea dello stato sociale sia stata decostruita proprio a partire dall’ipotesi di un rischio che è socializzabile solo nella forma del costo. In forza di interventi di governo molto più sottili, ma altrettanto pervasivi di quelli tradizionali, quel rischio viene allora assegnato al singolo soggetto che di esso dovrà ormai farsi carico. Più in generale, si potrebbe sostenere che l’analisi del potere presente nel modello neoliberale sembra voler prescindere da una caratterizzazione normativa che induce per forza di cose a presupporre l’esistenza di una verticalità tra soggetto ed oggetto. Così si è affermato il riferimento ad una dimensione orizzontale che risponde al declino della costitutiva caratterizzazione trascendentale del sovrano. Sul piano di immanenza dell’esercizio del potere, la ratio neoliberale punta a responsabilizzare ogni singolo componente della popolazione.

Non è un caso allora che alcuni studiosi parlino dell’emergenza di «una nuova forma di responsabilità verso il rischio»[99]. Ciò a cui si sarebbe assistito con l’affermazione del neoliberalismo sarebbe insomma la vera e propria produzione di una nuova attitudine etica – assimilabile a una sorta di etica d’impresa – perfettamente in sintonia con tutte quelle strategie di governo dei viventi che tendono alla riduzione delle garanzie di assistenza sociale a favore di una loro rimodulazione individuale. Robert Castel ha ricordato come recentemente due influenti autori francesi come Francois Ewald e Denis Kessler siano addirittura giunti ad operare un sorprendente rovesciamento di fronte dei termini in questione, facendo del rischio «il principio di riconoscimento del valore dell’individuo»[100]. La capacità di assicurarsi da soli sembra così costituire la possibilità stessa di intervenire su fenomeni generalmente ritenuti imprevedibili, che vengono in qualche modo naturalizzati come fattori antropologici. L’etica generale in cui si iscriverebbe questa nuova attitudine viene sinteticamente descritta da Nikolas Rose – uno dei principali animatori dei Governamentality Studies – come «un’etica nella quale la massimizzazione degli stili di vita, delle risorse potenziali, della salute, della qualità della vita è divenuta quasi obbligatoria, e nella quale i giudizi negativi riguardano coloro che, per qualunque ragione, non vogliono adottare una relazione attiva, informata, positiva e prudente con il futuro»[101]. Giudicato padrone del proprio destino e quindi colpevole in caso di insuccesso, il singolo è «in qualche modo obbligato ad essere libero»[102]. Per effetto di un simile governo della sua libertà egli verrà «spinto ad essere performativo», a maggiorare cioè la libera cura del proprio aggiornamento individuale (ed individualistico) e a  massimizzare le proprie opportunità sviluppando potenzialità e capitale umano[103].

Il nesso tra un «nuovo prudenzialismo», in cui i dispositivi di assicurazione sociale che incarnavano un principio di solidarietà fanno spazio alla privatizzazione della gestione del rischio, e gli odierni dispositivi di governance, potrebbe allora essere rilevato proprio a quest’altezza: quella di «una tecnica di governo del vivente capace di penetrare i corpi, renderli produttivi, valorizzando in forma estrema il capitale umano»[104]. In sintesi, tra la fine degli anni ’70 ed oggi, con la governamentalità neoliberale sembra essersi  avviata la sperimentazione di un nuovo dispositivo di cittadinanza.

Secondo la nuova attitudine etica – quella per cui «singoli devono, al tempo stesso, segnalarsi per un’esplicita disponibilità al rischio e praticare una gestione previdente di questo»[105]– non si chiederà più al soggetto di diritto di delegare la propria sovranità in cambio della stabilità di un patto sociale, ma di farsi esso stesso soggetto di sicurezza attraverso una nuova forma di cittadinanza fondata sulle tecniche dell’auto-stima, dell’empowerment, dell’auto-imprenditorialità e del benessere individuale. Un simile appello alla responsabilità si fa più forte proprio quando le funzioni di redistribuzione e di compensazione dello stato sociale vengono considerate tendenzialmente inutili o addirittura nocive per la crescita economica e per la volontà di prestazione dell’individuo[106]. In altri termini, la ritirata dello stato coniuga la nuova semantica della flessibilità e del rischio con l’’idea di una «formazione attiva degli individui»[107]: questi dovranno divenire capaci di forgiare e di controllare autonomamente la loro vita (empowered), senza ricorrere alle risorse degli apparati assistenziali pubblici.

Paradigmatica a questo riguardo è la gestione biopolitica della malattia nella variante preventiva tipica delle “democrazie liberali avanzate”, quelle in cui agiscono le politiche di governance. Al fenomeno per cui alla ritirata dello stato vengono progressivamente sostituiti gli appelli all’auto-responsabilità, corrisponde il fatto che da circa trenta anni, nel settore delle cure sanitarie, si sia andata affermando l’opinione secondo la quale il maggior nemico per la salute dell’individuo è il suo «comportamento verso se stesso»[108]. Per Thomas Lemke – che da anni indaga il nodo della questione sanitaria al tempo del neoliberalismo – l’emergenza di questo nuovo ordine del discorso ha determinato due importanti conseguenze, entrambe indicative dell’odierna riconfigurazione del rapporto tra poteri, etica e soggetto.

In primo luogo, si può rilevare l’effetto di «riduzione tendenziale del diritto alla salute a vantaggio di un dovere – soggettivo – di gestione della salute»[109]. Lo dimostra l’affermarsi dell’idea di una responsabilità individuale nel nucleo principale dei programmi di politica sanitaria elaborati dai paesi industriali dell’occidente fin dalla metà degli anni Settanta. In questi piani programmatici compaiono ipotesi e strategie discorsive che pongono al centro la capacità e l’opportunità dell’individuo di assicurarsi da solo, come se «la malattia invece di fondare diritti individuali, [potesse] rinviare in misura crescente a dei doveri morali, giuridici e sociali»[110]. Nella ratio di quei documenti simili obblighi non sono meramente formali, ma figurano come la sostanza che deriva dalla prescrizione di una condotta prudente. Ad essere coinvolto è lo stile di vita. Attraverso il suo stesso comportamento il soggetto viene spinto a proteggersi dalle malattie più diffuse, ma per farlo dovrà acquisire nuove competenze di autoregolazione. Nel nuovo dispositivo di governo della salute, il soggetto viene inteso come l’attore fondamentale della propria sicurezza e di quella altrui.

La seconda conseguenza del funzionamento del nuovo ordine del discorso sulla salute è invece riconducibile ad un’ipotesi di «trasformazione progressiva dei pazienti in persone a rischio, da un lato, e in clienti, dall’altro»[111]. In questo duplice spostamento tendenziale prende forma qualcosa di simile ad un «collegamento fra una concezione morale e una concezione consumistica della salute»[112]. Incardinandosi al presupposto che «la salute è il risultato di una volontà» – quasi fosse qualcosa che può essere raggiunta da individui sufficientemente motivati ed impegnati – la nuova etica sanitaria arriva a concepire «la malattia [come] l’effetto collaterale di una volontà insufficiente e inadeguata»[113]. Così le persone a rischio coinciderebbero potenzialmente con tutti i soggetti che non lavorano alacremente ad una propria lifestyle correctness (la correttezza dello stile di vita), risultando incapaci di un opportuno investimento su se stessi. E questo investimento, per venire al tema del rapporto tra consumismo e sanità, non va inteso in termini soltanto simbolici poiché la salute è da tempo un nodo nevralgico dell’economia contemporanea. «Negli Stati Uniti, durante gli ultimi cinquant’anni – specifica Lemke – la quota delle spese sanitarie rispetto al prodotto nazionale lordo si è triplicata, crescendo dal 4 al 13%. Le spese per medicinali nell’anno 2000 ammontavano a più di 100 miliardi di dollari, il doppio del 1990»[114]. Nei discorsi studiati da Lemke i  pazienti tendono sempre più a divenire clienti. Più che come persone malate sono infatti concepiti come consumatori di beni, di salute, di cultura, cioè di una condotta di vita sana, prudente e responsabile.

In sintesi, attraverso la messa a punto del nuovo dispositivo di cittadinanza delle democrazie liberali avanzate sembra proprio che i processi di soggettivazione/assoggettamento si configurino come il campo di applicazione specifico di una governance che, con i suoi dispositivi di potere-sapere, riposiziona e sfuma «la separazione tra Stato e società civile»[115]. Trova così una nuova conferma la tesi foucaultiana secondo cui la “società civile” non sarebbe affatto il soggetto di una libertà disincarnata capace di dribblare l’esercizio dei poteri (statali e non), ma coinciderebbe sempre più con l’oggetto delle tecnologie di governo che orientano incessantemente la libertà degli stessi governati: quelli che quotidianamente abitano come homini oeconomici la società civile stessa[116]. Una volta riconosciuto che la posta in gioco della governance è costituita dalla riorganizzazione della razionalità politica contemporanea, quanto si è fin qui sostenuto esclude che una cooperazione trasversale e reticolare possa soppiantare l’ambivalenza del rapporto tra governanti e governati. Contrariamente ad ogni illusione naturalistica, inoltre, il fatto che la libertà sia qualcosa da produrre, regolare, gestire e consumare, dà conto della presenza attiva dello stato nella governamentalità neoliberale e del suo potenziale di assoggettamento attraverso la promozione di molteplici forme di soggettivazione.

Eludere questa vera e propria antinomia costitutiva del liberalismo – che lo attraversa dalle origini fino alla sua più recente riconfigurazione nei moduli organizzativi e decisionali della governance – significherebbe allora allontanarsi dalla presa ermeneutica che questa nuova categoria politica può avere sulla realtà. In fondo significherebbe anche misconoscere il portato contraddittorio e composito del governo, che nelle sue tante e variabili configurazioni non sembra essere mai stato altro che l’arte di dirigere la condotta degli individui regolando i fenomeni d’insieme della popolazione. Ancora una volta, dunque, omnes et singulatim.

Anna Luzzi

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[1] P. Amato, «La logica della governamentalità. Stato e desiderio in Foucault», in E. de Conciliis (a cura di), Dopo Foucault.Genealogie del postmoderno, Mimesis, Milano 2007, cit., p . 94.

[2] M. Foucault, Illuminismo e critica, Donzelli, Roma 1997, cit., p. 57.

[3] P. Veyne, La route de Rome. Entretien, in www.liberation.fr/culture/livre/ecrivains/242178.FR.php.

[4]M. Foucault, Naissance de la biopolitique, Cours au Collège de France 1978-1979, edizione stabilita da Michel Senellart, Gallimard-Seuil, Paris 2004, (tr. it. Nascita della biopolitica.. Corso al Collège de France 1978-1979 [d’ora in poi NBP] , a cura di Mauro Bertani e Valeria Zini, Feltrinelli, Milano, 2005), cit., p. 17. Sulla genealogia foucaultiana cfr. Nietzsche, la genealogia, la storia, 1971, in Microfisica del potere, Torino, Einaudi, 1977, cit., p. 39 e passim.

[5] M. Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia (1971), in Microfisica del potere, cit., p. 37. «Noi crediamo che il nostro presente poggi su intenzioni profonde, necessità stabili, e domandiamo agli storici di convincercene. Ma il vero senso storico riconosce che viviamo senza punti di riferimento né coordinate originarie, in miriadi avvenimenti perduti», (ivi, p. 44.).

[6] G. Marramao, La passione del presente. Breve lessico della modernità-mondo, Bollati Boringhieri, Torino 2008, cit., p. 28. Su questo tema cfr. anche Id., Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

[7] Cfr. S. Chignola, In the shadow of the State. Governance, governamentalità, governo, in G. Fiaschi (a cura di), Governance. Oltre lo Stato?, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, in www.materialiresistenti.blog.dada.net.

[8] S. Chignola, Sull’“epoca” della biopolitica. Un commento, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, Quodlibet, Macerata 2008, cit., p. 63.

[9] J. N. Rosenau, Governance, Order and Change in World Politics, in J. N. Rosenau – E. O. Czempiel (Eds.), Governance without Government, Cambridge UP, Cambridge 1992, cit., p. 4.

[10] Cfr. A. Arienzo, La governance e il conflitto politico: quali dispositivi per una democrazia in crisi?, in AA. VV., Conflitti. Controdiscorsi II, Dante & Descartes, Napoli 2005, cit. p. 460.

[11] Si tratta della definizione fornita dalla  Commission on Global Governance (CGG) nel documento On our global Neighbordhood, OUP, Oxford, 1995; cit. in A. Arienzo, Governo, governamentalità, governance. Riflessioni sul neo-liberalismo contemporaneo, in A. Vinale (a cura di), Biopolitica e democrazia, Mimesis, Milano 2007, cit., p. 268.

[12] O. Marzocca, Chi governa chi? Breve storia di una pretesa infinita, “Le passioni di sinistra”, 15, 2007.

[13] M. Foucault, Sécurité, Territoire, Population. Cours au Collège de France 1977-1978, edizione stabilita da Michel Senellart, Gallimard-Seuil, Paris 2004, (tr. it. Sicurezza, Territorio, Popolazione.Corso al Collège de France 1978-1979 [d’ora in poi STP] ], a cura di Paolo Napoli, Feltrinelli, Milano, 2005), cit., p. 89.

[14] Ivi, p. 88.

[15] M. Foucault, Come si esercita il potere, in H. L. Dreyfus, P. Rabinow, La ricerca di Michel Foucault. Analitica della verità e storia del presente, Ponte alle Grazie, Firenze 1989, cit., p. 249.

[16] Cfr. M. Foucault, STP, cit., p. 182 e Id., «Omnes et singulatim. Verso una critica della ragion politica» (1981), in O.Marzocca (a cura di) , Biopolitica e liberalismo (1994), Medusa, Milano 2001.

[17] M. Foucault, STP, cit., p. 71.

[18] Ibidem.

[19] P. Amato, La natura della democrazia Nietzsche, Foucault e la biopolitica in A.Vinale (a cura di), Biopolitica e democrazia, cit., p. 23; M. Foucault, STP, cit., p. 183; M. Foucault, NBP, cit., p. 14. Sulla genealogia dello Stato moderno in Foucault, cfr. P. Amato, «La logica della governamentalità. Stato e desiderio in Foucault», in E. de Conciliis (a cura di), Dopo Foucault.Genealogie del postmoderno, pp. 85-109 e S. Chignola, L’impossibile del sovrano. Liberalismo e governamentalità in Michel Foucault, contenuto in S. Chignola (a cura di), Governare la vita. Un seminario sui Corsi di Michel Foucault al Collège de France (1977-1979), Ombre Corte, Verona 2006, pp. 37-70.

[20] M. Foucault, STP, cit., p. 203.

[21] P. Amato, La natura della democrazia. Nietzsche, Foucault e la biopolitica in A.Vinale (a cura di), Biopolitica e democrazia, cit., p. 21 e p.16.

[22] M. Foucault, STP, cit., p. 76.

[23] S. Chignola, Sull’“epoca” della biopolitica. Un commento, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 59.

[24] M. Foucault, La volontà di sapere (1976), Feltrinelli, Milano 1988, cit., p. 119.

[25] Ivi, p. 126.

[26] Ivi, p. 230. Sul tema cfr. P. Napoli, Naissance de la police moderne. Éditions La Découverte, Paris, 2003 e P. Schiera, Nascita della modernità e scienza di polizia, in “Filosofia politica”, 2, 1988.

[27] M. Foucault, STP, cit., p. 225.

[28] Ivi, p. 234.

[29] O. Marzocca, Perché il governo. Il laboratorio etico-politico di Foucault, Manifestolibri, Roma  2007, cit., p. 103.

[30] M. Foucault, STP, cit., p. 86 .

[31] M. Foucault, NBP, pp. 35-36.

[32] Ivi, nota del curatore, cit., p. 272 e V. Sorrentino, Il pensiero politico di Foucault, Meltemi, Roma 2008.

[33] M. Foucault, STP, cit., p. 256.

[34] Ivi, p. 257.

[35] A. Pandolfi, La “natura” della popolazione, in S.Chignola (a cura di), Governare la vita. Un seminario sui Corsi di Michel Foucault al Collège de France (1977-1979), cit.,  p. 98.

[36] S. Catucci, Foucault,  Laterza, Bari 2005, cit., p. 129.e M. Foucault, NBP, cit., p. 40.

[37] Cfr. S. Chignola, In the shadow of the State. Governance, governamentalità, governo, in G. Fiaschi (a cura di), Governance. Oltre lo Stato?, in www.materialiresistenti.blog.dada.net.

[38] S. Catucci, Foucault, cit.,p. 128.

[39] M. Lazzarato, Biopolitique/Bioeconomie, in “Multitudes”, 22, 2005, in http://multitudes.samizdat.net/Lazzarato-Maurizio.

[40] A. Simoncini, La critica della ragion politica come contestualizzazione dell’analitica del potere. Ragion di Stato, polizia e liberalismo nella storia della governamentalità  di Michel Foucault, Tesi di dottorato, Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino, 1998, cit., p. 213.

[41] M. Foucault, NBP, cit., p. 48.

[42] B. Karsenti, La politica del “fuori”, in S. Chignola (a cura di), Governare la vita. Un seminario sui Corsi di Michel Foucault al Collège de France (1977-1979), pp. 73-74.

[43] O. Marzocca, Perché il governo. Il laboratorio etico-politico di Foucault, cit., p. 143.

[44] M. Foucault, NBP, pp. 46-50.

[45] M. Lazzarato, Biopolitique/Bioeconomie, in “Multitudes”, 22, 2005, in http://multitudes.samizdat.net/Lazzarato-Maurizio.

[46] M. Foucault, NBP,cit., p. 49.

[47] O. Marzocca, Perché il governo. Il laboratorio etico-politico di Foucault, cit., p. 143. Il concetto interesse viene qui inteso proprio nell’accezione foucaultiana del termine. Foucault sintetizza il suo pensiero constatando che, nella nuova configurazione della ‘ragion politica’, «il governo non si interessa che agli interessi» (M. Foucault, NBP, cit., p. 52). Va ricordato che la “ragion governamentale critica” è caratterizzata infatti dalla teorizzazione di un ‘governo’ che «può aver presa sugli individui, sugli atti e le parole, sulle ricchezze, sulle risorse, sulla proprietà, sui diritti» solo perché obbedisce al principio dell’interesse degli uomini. Solo cioè nella misura in cui risulta utile alla regolazione di un «gioco complesso tra gli interessi individuali e collettivi, tra l’utilità sociale e il profitto economico, tra l’equilibrio del mercato e il principio della potenza pubblica, tra i diritti fondamentali e l’indipendenza dei governati» (ivi, p. 51.).

[48] Sulla progressiva riduzione dei dispositivi di protezione sociale, sulla precarizzazione del mercato del lavoro in Europa e sul ruolo che in questi processi ha rivestito lo stato, cfr. in prima battuta G. Procacci,  L’ordine e i suoi esclusi, in G. Bonaiuti, A. Simoncini (a cura di), La catastrofe e il parassita. Scenari della transizione globale, Mimesis, Milano 2004, cit. pp. 261-275; R. Castel, L’insécurité sociale. Qu’est-ce qu’être protégé?, Éditions du Seuil, 2003 (tr. it. L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, Einaudi, Torino 2004) e L. Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Roma-Bari, Laterza, 2007.

[49] A. Arienzo, Governo, governamentalità, governance. Riflessioni sul neo-liberalismo contemporaneo, in A. Vinale (a cura di), Biopolitica e democrazia, cit., p. 261.

[50] Sulla distinzione e sulla separazione tra le sfere della governance e del government e sulle novità che sarebbero introdotte dalla crescente importanza della prima, cfr. J. Rosenau e E.O. Czempiel, Governance without Government, OUP, New York, 1992. Gli autori definiscono la governance come «order plus intentionality» (p. 5). Per gli autori l’“ordine” è garantito dall’insieme delle regole formali e informali che, in un contesto di intenzionalità condivisa, permettono agli attori di raggiungere determinati obiettivi.

[51] M. Foucault, STP, cit. p. 38.

[52] Con Governmentality Studies si indica un percorso di ricerca affermatosi da ormai un ventennio, in particolare nel mondo anglosassone, a partire dall’applicazione dell’interpretazione foucaultiana a singoli settori in cui si è sviluppata la governamentalità neo-liberista (in particolare, le nuove scienze del management, le tecniche assicurative, la bio-medicina e le bio-tecnologie).

[53] S. Vaccaro, Il dispositivo della governance, in S. Vaccaro, A. Palumbo (a cura di), Governance. Teorie, principi, modelli, pratiche nell’era globale, Mimesis, Milano 2007, cit., p. 127.

[54] «Governo non è più una definizione appropriata del modo in cui le popolazioni e i territori sono organizzati e amministrati. In un mondo in cui la partecipazione dei rappresentanti degli interessi economici e della società civile sta diventano la norma, il termine governance definisce meglio il processo attraverso cui collettivamente risolviamo i nostri problemi e rispondiamo ai bisogni della società, mentre governo indica piuttosto lo strumento che usiamo», in OECD, Governance in the 21st century, OECD publications, Paris 2001.

[55] Ivi, p. 12 e Z. Bauman., Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Bari 1998, cit., p. 6.

[56] Ibidem.

[57] A. Arienzo, Dalla corporate governance alla categoria politica di governance, in AA. VV., Governance. Controdiscorsi I, Dante & Descartes, Napoli  2004, pp. 127-134.

[58] Ibidem.

[59] Con l’espressione «auto-organizzarsi riflessivamente» si vuole evidenziare, con Bob Jessop [Governance e meta-governance: riflessività, varietà ed ironia, in S. Vaccaro, A. Palumbo (a cura di), Governance. Teorie, principi, modelli, pratiche nell’era globale, cit., p. 84.], come la governance nomini un processo teorico-strategico di “meta organizzazione”, cioè di riordino delle relazioni interorganizzative tra una pluralità di attori.

[60] «Sebbene i principi non sono obbligatori, è in fondo una questione di interesse per gli Stati e le corporazioni».

[61] A. Arienzo, Governo, governamentalità, governance. Riflessioni sul neo-liberalismo contemporaneo, in A. Vinale (a cura di), Biopolitica e democrazia, cit., p. 252.

[62] Ibidem.

[63] D. D’Andrea, Immagini antropologiche e neutralizzazione del conflitto. La parabola della sovranità, in G .Bonaiuti,  A. Simoncini (a cura di), La catastrofe e il parassita, cit., p. 228.

[64] Ibidem.

[65] O. Marzocca, Chi governa chi? Breve storia di una pretesa infinita, “Le passioni di sinistra”, 15, 2007.

[66] S. Vaccaro, Il dispositivo della governance, in S. Vaccaro, A. Palumbo (a cura di), Governance. Teorie, principi, modelli, pratiche nell’era globale, cit., p. 142.

[67] Ibidem. M. Foucault ha parlato di una “strategia senza stratega” in Il gioco, in AA. VV., Eteroropie. Luoghi e non-luoghi metropolitani, “Millepiani”, 2, 1994, p. 31 e passim.

[68] M. Foucault, NBP, cit., p. 40.

[69] M. Zanardi, Per una politica del Reale, in AA.VV., Conflitti. Controdiscorsi II, cit., p. 143. Analogamente Giacomo Marramao parla di «pluralità di potestà sovrane» (in G. Marramao, La passione del presente, cit., p. 39.).

[70] G. Deleuze, Poscritto sulla società di controllo, in Pourparler, Quodlibet, Macerata 2000, cit., p. 240.

[71] R. Sennett, The Corrosion of Character. The personal consequences of Work in the New Capitalism, New York, Norton, 1998 (tr. it. L'uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Milano, Feltrinelli, 1999), pp. 46-54.

[72] S. Chignola, Sull’“epoca” della biopolitica. Un commento, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 71.

[73] A. Simoncini, La critica della ragion politica come contestualizzazione dell’analitica del potere, cit., p. 190.

[74] M. Foucault, NBP, cit., p. 65.

[75] O. Marzocca (a cura di), Biopolitica e liberalismo, cit., p.27.

[76] M. Foucault, STP, cit., p. 89.

[77]M. Lazzarato, Biopolitique/Bioeconomie, in “Multitudes”, 22, 2005, in http://multitudes.samizdat.net/Lazzarato-Maurizio.

[78] M. Foucault, La volontà di sapere, cit., p.119; S. Chignola, L’impossibile del sovrano. Liberalismo e governamentalità in Michel Foucault, contenuto in S. Chignola (a cura di), Governare la vita. Un seminario sui Corsi di Michel Foucault al Collège de France (1977-1979), cit., p. 61.

[79] D. Trombadori, Colloqui con Foucault. Pensieri, opere, omissioni dell'ultimo maître-à-penser, Castelvecchi, Roma 1999, cit., p. 119

[80] S. Luce, Processi di soggettivazione: tra perdita e cura di sé, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 312 ; M. Stangherlin, Economia di potere e potere dell’economia, in A. Vinale (a cura di), Biopolitica e democrazia, cit. p. 161.

[81] S. Vaccaro, Governance e governo della vita, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 115.

[82] In generale, sul tema cfr. M. Turchetto, Stato e mercato: un’alleanza dinamica e R. Bellofiore, Lo stato e le metamorfosi della globalizzazione: dalla crisi del fordismo alla nuova economia, in Stato, globalizzazione, guerra, “Giano”, 37, 2001. Rapidi accenni su questo punto si trovano in A. Simoncini, Al setaccio di Schengen. Migranti laboriosi e migranti pericolosi nello spazio politico europeo, G. Bonaiuti, A. Simoncini (a cura di), La catastrofe e il parassita, cit., p. 282.

[83] M. Stangherlin, Economia di potere e potere dell’economia, in A.Vinale (a cura di), Biopolitica e democrazia, cit., p.166.

[84] G. Burchell, Liberal Government and Techniques of the Self, pp. 19-36, contenuto in AA. VV., Foucault and Political Reason. Liberalism, neo-liberalism and rationalities of government, UCL Press, London 1996, cit. in M. Stangherlin, Economia di potere e potere dell’economia, contenuto in A. Vinale (a cura di), Biopolitica e democrazia, cit., p.165.

[85] Lo sostiene da anni Riccardo Bellofiore, che ha mostrato nitidamente come fin dall’avvio del ciclo neoliberale dei primi anni ’80 del secolo scorso, un mitico neoliberismo privo di intervento statale non sia mai esistito. “Lo Stato, la politica, non si sono mai ritirati, in realtà, se non nella caricatura che ne ha fatto la sinistra”. Se è infatti vero che “il neoliberismo è stato certo liberista contro il lavoro, contro il Welfare, a favore della finanza”, lo è altrettanto che “non è stato affatto liberista su altri terreni”: quelli dei monopoli, del disavanzo pubblico, della ridefinizione dei diritti di proprietà intellettuale, delle privatizzazioni, per non citare che alcuni casi eclatanti. R. Bellofiore, Due o tre cose che so di lei. La crisi di sistema: origini, effetti, esiti, in “Alternative per il socialismo”, 8, 2009, p. 115.

[86] A. Simoncini, Al setaccio di Schengen. Migranti laboriosi e migranti pericolosi nello spazio politico europeo, G. Bonaiuti, A. Simoncini (a cura di), La catastrofe e il parassita, cit., p.283.

[87]Ibidem.

[88] S. Chignola, Sull’“epoca” della biopolitica. Un commento, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 68; L. Bazzicalupo, Soggettivazioni assoggettate: dall’eteronomia al disaccordo (dribblando il naturalismo), in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 230. Della stessa autrice cfr. Il governo delle vite. Biopolitica ed economia, Roma-Bari, Laterza, 2006.

[89]S. Vaccaro, Governance e governo della vita, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 109.

[90] Fraser N., From Discipline to Flexibilization? Rereading Foucault in the Shadow of Globalization, “Constellations”, X, 2003, cit., in ivi, p. 113.

[91] R. Castel, L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, Einaudi, Torino 2004, cit., p. 102.

[92] Ibidem.

[93] Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Bari 2002, cit., p. 20.

[94] S. Chignola, Sull’“epoca” della biopolitica. Un commento, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 70.

[95] F. A. Hayek, The Constitution of Liberty, cit.: “Why I am not a Conservative”, pp. 398-399, cit., in M. Foucault, NBP, p. 179.

[96] Ivi,  p. 183.

[97] M. Foucault, NBP, cit., p. 235.

[98] A. Arienzo, La governance e il conflitto politico: quali dispositivi per una democrazia in crisi?, in AA. VV., Conflitti.Controdiscorsi II, cit. p. 460.

[99] O. Marzocca, Etica del rischio e governo delle vite, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 328.

[100] R. Castel, L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, cit. p. 66.

[101] N. Rose, The Politics of Life Itself. Biomedicine, Power, and Subjectivity in the Twenty-First Century, Princeton University Press, Princeton and Oxford 2007, p. 25, cit. in O. Marzocca, Etica del rischio e governo delle vite, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 329.

[102] R. Castel, L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, cit. p. 46.

[103] Ibidem.

[104] G. Borrelli, Tra governance e guerre: i dispositivi della modernizzazione politica alla prova della mondializzazione, in AA. VV., Governance. Controdiscorsi I, cit., p. 26. La definizione di “nuovo prudenzialismo” si trova in N. Rose, Governing “advanced” liberal democracies”, in AA. VV., Foucault and Political Reason. Liberalism, neo-liberalism and rationalities of government, UCL Press, London 1996, pp. 54-56.

[105] T. Lemke, Biopolitica e neoliberalismo. Rischio, salute e malattia nell’epoca post-genomica, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 303.

[106] Ivi, pp. 301-303. A parlare di «privatizzazione della gestione del rischio» è N. Rose in Governing “advanced” liberal democracies”, cit., in A. Vinale (a cura di), Biopolitica e democrazia, cit., p.165.

[107] S. Luce, Processi di soggettivazione: tra perdita e cura di sé, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 319.

[108] T. Lemke, Biopolitica e neoliberalismo. Rischio, salute e malattia nell’epoca post-genomica, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 302.

[109] Ibidem.

[110] Ivi, p. 301.

[111] Ibidem.

[112] Ivi, p. 302.

[113] Ivi, pp. 304-306.

[114] Ibidem.

[115] S. Vaccaro, Governance e governo della vita, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicci, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, cit., p. 114.

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[116]M. Foucault, NBP, pp. 240-242.

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