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BDF 7.11 – Clara Mucci: Trauma intergenerazionale e dinamiche del perdono

 

Clara Mucci “Trauma intergenerazionale e dinamiche del perdono”

 

 

 

 

Clara Mucci nel suo ricco seminario sviluppa la questione del trauma connettendola a temi chiave quali la teoria dell’attaccamento, la testimonianza, la colpa, il perdono, la cura. Alcuni autori di riferimento diventano dunque Bowlby, Dori Laub, Ferenczi, Allan Schore, Spitz. Clara Mucci con Bowlby e Allan Schore parla di trauma intergenerazionale e ricorda che il primo livello del trauma originerebbe da una configurazione di attaccamento di tipo insicuro-disorganizzato; in assenza di riparazioni future, una mancanza di sintonia tra madre e bambino e un carente o mancato riconoscimento delle emozioni rischierebbe di originare patologie ai livelli sia psicologico sia organico. Dunque Clara Mucci ricorda, con Laub, che ciò che si spezzerebbe nel trauma sarebbe la “diade empatica”, la fiducia nella relazione umana. Un “man-made trauma”, quindi anche un trauma intrafamiliare, rappresenterebbe, per il bambino, il più elevato livello di traumatizzazione. Il problema riguarda anche l’adulto: di qui le questioni chiave della diade vittima-persecutore, della testimonianza e del senso di colpa. In proposito, Ferenczi distingue tra incorporazione e identificazione del persecutore: l’aggressore dissocerebbe quella parte di consapevolezza che in seguito ricadrebbe sulla vittima; il senso di colpa, inoltre, sarebbe una sorta di violenza, di aggressività verso noi stessi. A livello terapeutico, ci ricorda Clara Mucci, il primo passo consisterebbe nella ricostruzione degli eventi traumatici: sembra chiara l’importanza di un progetto di testimonianza. Riprendendo Schore, Mucci ricorda che se c’è sintonizzazione tra due menti, per esempio del cliente e del terapeuta, sembrano attivarsi ricordi profondi e strategie riparative: nella loro intergenerazionalità entrambe le figure si curano, fanno e costruiscono la terapia, in una sorta di shakespeariana “repetition with difference”. È a questo punto che sembra emergere la questione del lutto: Clara Mucci ricorda che oggi, la diade vittima-persecutore sembra essere interna; il lutto, tuttavia, permetterebbe di andare oltre, evitando di continuare a portarcela dentro. Il lutto sarebbe un abbandonare l’identificazione, un affrontare ciò che la persona non ha avuto o non potrà avere. Ecco l’importanza del perdono: rappresenterebbe un momento risolutivo di liberazione interna dal meccanismo vittima-persecutore che, diversamente, rischierebbe di riprodurre le violenze sugli altri. Dunque il perdono è inteso come un lasciare andare questa parte persecutrice dentro di noi. Si tratta di un processo creativo di riparazione, lungo e difficile, che tuttavia sembra richiamare, con Ferenczi, due testimoni entrambi benevoli: il cliente e il terapeuta.

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